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Dopo la morte della principessa Giovanna nel 1518, il feudo fu ereditato dalla figlia, anch'essa di nome Giovanna, moglie di Ferdinando II d'Aragona.
Successivamente passò a Carlo V di Spagna, che la diede in feudo nel 1528 al vicerè di Napoli, Carlo di Lannoy, per compensarlo dei servigi che gli aveva reso. Quest'ultimo assunse il titolo di principe di Sulmona. Nel 1604 la città tornò al demanio che la rivendette alla famiglia dei Conca.
In seguito pervenne ai Borghese nel 1616, con Marcantonio II, divenuto principe di Sulmona e grande di Spagna. Seguì le vicende del reame spagnolo in Italia per rientrare, in seguito, a far parte del Regno di Napoli fino all'unità d'Italia.
Una delle migliori espressioni culturali di quel secolo fu Ercole Ciofano che dà alle stampe ad Anversa, nel Belgio, i suoi commentari su Ovidio in latino, e sempre in questa lingua compone quella che è la prima descrizione della città.
Grazie a lui nasce a Sulmona una scuola pubblica e viene introdotta l'arte della stampa.
Nel 1647 ci fu la partecipazione della città al moto rivoluzionario di Masaniello: per alcune settimane la città fu nelle mani del popolo, ma dopo breve tempo i nobili ripresero il controllo e i capi della rivolta vennero giustiziati, con le teste che furono appiccate ai merli delle mura.
Il 1656 è l'anno che vide la dismissione della Giostra Cavalleresca, che si teneva due volte l'anno, per "mancanza e disapplicazione dei cavalieri", nonchè per la terribile peste: la manifestazione è rinata nel 1995, aggiornata per i nostri tempi.
Il 1684 vede Carlo III di Spagna regolare l'ordinamento del Viceregno. L'Abruzzo viene diviso in tre province: Chieti, L'Aquila e Teramo.
Nonostante il ridimensionamento, Sulmona rimaneva una città ricca e popolosa, ma non poté essere presa in considerazione dal punto di vista amministrativo in quanto città feudale e senza un territorio tradizionalmente ad essa legato.
Un fatto drammatico da sottolineare è il catastrofico terremoto del 03/11/1706, alle 21 di un mercoledì tranquillo e pieno di sole, che causò, nello spazio di un pater noster come ricorda un'annotazione anonima, oltre 1000 morti (1/4 della popolazione), ed inflisse danni notevoli all'assetto urbano: danni spaventosi all'abitato, diroccate la cattedrale e tutte le chiese antiche, alcune delle quali non furono più ricostruite, danneggiate le porte urbiche, abbattuti tratti di mura, crollate alcune arcate dell'acquedotto medioevale.
Dei palazzi e delle chiese che Sulmona vantava rimase poco. Successivamente, a prostrarne l'economia già gravata dalle spese per la ricostruzione, si verificarono gli avvicendamenti delle armate austriache, spagnole e francesi.
Va detto che gli ampi spazi aperti dal sisma garantirono in una certa misura la possibilità di soddisfare la pressante richiesta di aree fabbricabili coincisa con l'esplosione demografica del XIX secolo, (raggiunti i 20.000 abitanti) evitando in questa maniera i massicci esodi che in altre città portarono alla ghettizzazione dei centri storici.


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