Nel pomeriggio, tra le 15 e le 16, si ergono le prime barricate, nel tratto compreso tra il Quadrivio e la Fontana del Vecchio. Le forze di PS hanno difficoltà a controllare la situazione.
A dar man forte alle forze dell'ordine arriva una colonna blindata della Legione Carabinieri di Chieti, che forza il blocco stradale costituito all'ingresso della Città.
La reazione dei sulmonesi è immediata e rabbiosa: i vetri dei camion al seguito della colonna sono distrutti da una pioggia di sassi.
Molti militari rimangono feriti. Gli autisti sono costretti a fermare le macchine, mentre dagli autoblindo si sparano raffiche di mitra.
Superata la resistenza, la colonna avanza verso il centro.
Bidoni di nafta vuoti sono spinti sotto le ruote degli autoblindo, che sono costrette a difficili manovre. Si cerca intanto di far fuggire il Prefetto con vari stratagemmi.
A questo scopo il Sindaco Mazara tenta un diversivo: dalla Rotonda di San Francesco comincia ad arringare la folla, mentre il Prefetto si appresta ad uscire dal portone in Via Mazara.
Quest'ultimo però, manca di decisione, indugia fin troppo, tanto che i manifestanti si avvedono dell'inganno, e il Prefetto è costretto a tornare dentro il Municipio, sotto una fitta pioggia di sassi.
Peggio andrà al Vice Questore dell'Aquila che, poco dopo, circondato dalla folla, è seriamente malmenato.
Nel frattempo, il Prefetto, al sicuro nel Municipio, chiede aiuto alla celere di Roma e Senigallia. La situazione rimane sostanzialmente immutata fino alle prime ombre della sera, quando il Prefetto spazientito, invece di aspettare la Celere, chiede l'intervento dell'esercito; a bordo di un autoblindo riesce ad andarsene da Sulmona.
Accorrono altri reparti di forze dell'ordine. Gli insorti sembrano non siano più in grado di resistere a tale schieramento di forze. Le barricate di legno stanno per essere travolte, ma prontamente sono date alle fiamme, in maniera tale da innalzare delle barriere di fuoco contro i superiori mezzi militari.
Verso le 22,00 torna la calma.
Ma poco dopo si sparge la voce che sulla Statale 17 stanno arrivando reparti della Celere da Roma e da Senigallia. I Sulmonesi in massa accorrono verso il Ponte di San Panfilo e si danno da fare per costruire un potente sbarramento bruciando tronchi d'albero, ferro e catrame. L'asfalto della strada diventa liquido e arde sotto l'enorme rogo; il ferro si arroventa, le fiamme altissime crepitano minacciose.
Per il momento, i reparti della Celere sono bloccati, e sono fatti oggetto di bersaglio da parte di rivoltosi muniti di fionde.
Numerosi giornalisti arrivati al seguito della Celere sono invece guidati in Città, attraverso le campagne.
Verso l'alba, dopo l'intervento dei pompieri che hanno spento l'incendio sul Ponte di San Panfilo, le colonne della Celere entrano in Sulmona.
Sulmona, il 3 febbraio 1957 si risveglia sotto una vera e propria occupazione militare, tanto è vero che alcuni richiamano alla mente l'occupazione dei Tedeschi.
Le consegne date alle forze dell'ordine sono precise. Evitare qualsiasi assembramento, intendendo con ciò anche il semplice parlare di tre persone.
Questo stato di tensione cresce durante la mattinata, fino a quando un poliziotto infastidito da alcuni ragazzetti, getta contro di loro un lacrimogeno.
E' il segnale della riapertura delle ostilità. Al grido di "Jamm' mò" ecco che giovani ed anziani, uomini e donne, riprendono la lotta.
La Celere è fatta oggetto di una sassaiola così fitta che all'inizio è costretta a disperdersi; un celerino perderà addirittura un occhio.
Subito riorganizzatesi, le forze dell'ordine cominciano a girare con le camionette intorno alla statua di Ovidio, per intimidire i sulmonesi; la lotta, più dura rispetto al giorno precedente, si accende in vari settori: Piazza XX Settembre, Piazza Garibaldi, Corso Ovidio, Porta Pacentrana ecc.
Nonostante vi siano più di 600 effettivi tra le forze dell'ordine, quest'ultime hanno serie difficoltà nel contenere l'urto della folla inferocita.
A favore della guerriglia sulmonese, giocano gli spazi ristretti dove erano costretti ad operare le camionette, la non conoscenza dei luoghi, l'adesione dell'intera cittadina alla rivolta: basti pensare al parroco di Santa Chiara che picchierà due celerini che rincorrevano dei chierichetti, o alle donne che, con la borsa della spesa raccolgono pietre, dopo averle divelte dal selciato con dei picconi, per rifornire gli uomini.
Ogni tanto si ode qualcuno della folla che grida "Alla carica" e, con stupore degli agenti, i rivoltosi, invece di andare avanti, scompaiono.
Vanno a "caricare" i sassi, e prontamente tornano all'attacco.
Dai tetti piovono improvvise scariche di tegole che provocano lo sbandamento della polizia.
Nel tardo pomeriggio la lotta si concentra nel complesso intreccio dei vicoli del centro storico, dove sono erette nuove barricate.
La manovra dei mezzi della Celere non è agevole come nelle ampie piazze di Roma; vari gruppi di agenti rimangono isolati, le loro macchine sono rovesciate; fucili e pistole cadono nelle mani dei rivoltosi, ma questi non se ne servono.
Preferiscono i sassi, i bastoni, le bottiglie; tutte armi, a loro dire, consentite dalla Legge !
Infatti, il capogruppo in Consiglio comunale del PCI, Claudio Di Girolamo, ed altri cittadini più in vista, avevano saggiamente fatto circolare la voce secondo la quale la Legge considera legittima, durante le rivolte, l'uso di armi quali pietre e bastoni, ed invece proibiva e puniva l'uso di armi da fuoco e molotov.
Questa bugia, detta a fin di bene, fece sì che non ci fu nessun morto durante i due giorni della rivolta. Va detto anche che i sulmonesi hanno fatto una questione d'onore nell'evidenziare che da parte loro non si sparò nemmeno un colpo d'arma da fuoco.
La rivolta tocca il suo apice al calar del sole, quando le forze dell'ordine stanno per riprendere il controllo della città. All'improvviso si sente un rumore assordante, cupo, inspiegabile, che proveniva non si sa da dove.
La terra cominciò a vibrare e si ebbe una sensazione di angoscia.
In quel momento le campane ripresero a suonare a distesa; l'intensità della sassaiola era al massimo, si perforano a colpi di piccone i pneumatici delle camionette, si scoperchiano i tombini per farne oggetti da lancio e per impedire il passaggio dei mezzi delle Celere.
Il rumore si avvicina sempre di più a Piazza XX Settembre, e si scopre che è causato da una cisterna metallica destinata a contenere la nafta, lunga 6 metri per un diametro di due metri, usata a mò di barricata mobile che sbarra quasi tutta la strada e favorisce l'avanzata dei rivoltosi.
Alla vista della cisterna, intrisa di benzina e con bagliori di fiamme che la sovrastano, i celerini ripiegano dalle proprie posizioni. Forti di quest'arma, i rivoltosi riconquistano Piazza XX Settembre e quindi, avanzano ancora, attestandosi al Quadrivio.
Tutta la Città è avvolta da una densa cortina di fumo e di gas lacrimogeni.
Ma la Celere, nel momento in cui si accorge che sta per perdere il controllo della situazione, smette di sparare in aria per sparare all'altezza delle gambe dei rivoltosi.
I rivoltosi sono inseguiti e manganellati dappertutto, e poco prima delle 20, Michele Accurso, un'apprendista falegname, è ferito a Piazza del Carmine.
La rivolta, a questo punto cala d'intensità, ed in meno di mezz'ora la Celere ristabilisce il controllo sulla città.
I rivoltosi si affrettano a rientrare nelle proprie abitazioni, oppure a rifugiarsi nei pochi bar rimasti aperti, che però si riveleranno delle vere e proprie trappole, con i rifugiati che sono stanati dai lacrimogeni.
Uno degli ultimi e più impressionanti scontri fu quello avvenuto all'Ospedale, allora situato nel Palazzo dell'Annunziata, che fu invaso dalla Celere fin dentro le corsie, dove medici e familiari di feriti subiscono indiscriminate violenze.
Solo verso le 23,00 l'ordine fu ristabilito definitivamente. La rivolta di "Jamm' mò" si concludeva con un bilancio di oltre 200 feriti tra sulmonesi e forze dell'ordine; inoltre 44 cittadini, fermati dalla polizia, furono nottetempo rinchiusi nel carcere di San Pasquale.
Per prevenire un assalto, nella notte tra il 3 ed il 4, gli arrestati furono trasferiti nel carcere di Chieti.
Va detto che gli arresti furono effettuati nella fase calante della rivolta, quando era oggettivamente difficile cogliere delle persone in flagranza di reato.
Successe che molti cittadini furono arrestati solo perchè avevano le mani sporche, prova lampante, secondo la polizia di aver lanciato pietre. Ma anche chi aveva le mani pulite fu arrestato, poichè si pensò che avesse fatto in tempo a lavarsele.
Gli arrestati saranno incriminati con l'accusa di resistenza, oltraggio e violenza a pubblico ufficiale, adunata sediziosa, violenze e danneggiamenti al patrimonio pubblico e privato.
Il giorno 4 febbraio 1957, la polizia ed i carabinieri restarono consegnati presso la caserma Cesare Battisti e gli arrestati, grazie all'opera del Sostituto Procuratore della Repubblica, dott. Salvatore Sambenedetto, furono tutti liberati in giornata.
Sono due decisioni che spegneranno definitivamente il fuoco della rivolta.
Ma gli effetti furono tali che il Parlamento intervenne sulla questione il 28 marzo di quell'anno. Cinquecento sulmonesi si recheranno a Roma con ogni mezzo per assistere alla discussione parlamentare sulla rivolta di "Jamm' mò".
Alla fine del dibattito la Camera approvò un'unica mozione che verrà detta Corbi-Spataro, dai nomi dei primi firmatari. Essa doveva farsi carico dei problemi atavici del Sulmonese, specialmente dal lato occupazionale, ma restò una scatola vuota.
La mozione fu quindi un atto formale, di fronte alla quale il Governo non si sentì impegnato.
Significativo è quello che avvenne nel pieno della campagna elettorale per elezioni amministrative del 24 novembre 1957, quando venne in città il Ministro del Tesoro Campilli, democristiano.
Costui, nei suoi comizi elettorali, si lanciò in una serie di promesse, totalmente irrealizzabili; da qui la nascita del neologismo "campillate".
Ma il Ministro, resosi conto dello scetticismo dei sulmonesi, minaccio più o meno velatamente di votare per la Democrazia Cristiana, altrimenti "..una fabbrica non verrà".
La fabbrica (fantasma) era la Novilegni, che servì alla DC per fare il pieno dei voti nelle elezioni.
Sindaco fu eletto il Generale a riposo Alberto Ruggieri.
La DC, aver lasciato ad altri la patata bollente del distretto militare, ritornava ad occupare lo scranno più alto di Palazzo San Francesco.
Come sempre, si trasse profitto dalla buona fede dei sulmonesi.