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›› La rivolta di Jamm' mò

› Parte terza

In città si sparse la voce dell'arrivo del Prefetto, e ci si preparava ad offrirgli un'accoglienza memorabile. Verso le ore 10 del mattino arrivò.
Nel frattempo, secondo le direttive del Comitato di Difesa Cittadina, i muri della Città si tappezzavano di manifesti, recanti le scritte: "Vattene Via" "Non ti vogliamo".
I negozi abbassavano le saracinesche, si chiudevano finestre e balconi ed uno spontaneo sciopero di protesta paralizzava tutta la Città.
Prima di recarsi in Comune, il Prefetto fa sosta al Vescovado per rendere omaggio al Vescovo Luciano Marcante, lasciando il suo autista ad aspettarlo con una scorta di agenti.
La cittadinanza, disobbedendo alle direttive del Comitato di Difesa Cittadina, comincia a radunarsi e a rumoreggiare davanti al portone del Vescovado.
L'autista del Prefetto, forse impressionato dalla folla che andava crescendo, prese ad ingiuriare i sulmonesi gridando:
"Cosa vogliono questi fregnoni, che non pagano neanche le tasse ?".
La provocazione è tale che la folla comincia a lanciare palle di neve contro l'autista del Prefetto e la sua macchina; al grido di "Vattene, torna a L'Aquila", cerca di ribaltare la macchina. L'autista, prudentemente, si rifugia all'interno del Vescovado.
Il Vescovo, sensatamente, consiglia al Prefetto di tornarsene a L'Aquila. Poco dopo, infatti, protetto dalla Polizia, tra grida della folla ed un fitto lancio di palle di neve, riesce a salire in macchina e a prendere la via per L'Aquila.
Giunto all'uscita della città, cambia parere: inverte la rotta, prende la Circonvallazione e, dopo un lungo giro, si reca in municipio.
La mossa però non era sfuggita alla folla, che rapidamente da Piazza Tresca giunge davanti al portone del Municipio, in Via Mazara, qualche attimo dopo che il Prefetto è riuscito a rifugiarvisi dentro.
Sono 10.30 del 2 febbraio 1957.



La notizia si sparge in un baleno, e in un'atmosfera surreale che ha come colonna sonora il suono delle campane che suonano a distesa, Palazzo San Francesco, sede del Municipio, è letteralmente preso d'assedio da più di tremila persone, che cercano di abbattere il portone d'ingresso.
Sentendosi in trappola, il Prefetto telefona ai Commissariati e alle caserme dei Carabinieri più vicine a Sulmona, allertando contemporaneamente i militari di stanza a Sulmona, che rimangono a presidiare il Municipio finchè non arriveranno le forze di Ps richieste dal Prefetto.
Quest'ultimo, nel frattempo, dentro al Municipio ha delle accese discussioni con il Sindaco ed il Presidente del Comitato di Difesa Cittadina, definendoli responsabili morali di quanto sta succedendo.
Alle ore 12.30 arrivano i primi rinforzi.
Con una prima carica posta in essere congiuntamente da reparti di Polizia e di Carabinieri, che provocherà numerosi contusi, si riesce temporaneamente a disperdere la folla.
Le forze di Ps riescono ad attestarsi al Quadrivio, credendo di aver bloccato ogni via d'accesso al Municipio.
Ma il fatto di non essere originari di Sulmona, giocherà loro un brutto scherzo.
Infatti un gruppo di dimostranti riesce ad arrivare in Via Mazara, passando per Piazza XX Settembre e Via Carrese; da lì si infilano a Palazzo Mazara, allora sede dell'Istituto Tecnico per Geometri.
Comincia la demolizione dei banchi da scuola per farne oggetti da lancio e colpire gli agenti. Quest'ultimi, sorpresi dall'iniziativa si ritirano lanciando lacrimogeni.
Contemporaneamente, inizia l'attacco contro le finestre del Municipio; i vetri sono infranti, il Prefetto è costretto a rifugiarsi in stanze più sicure, mentre all'esterno la lotta divampa.
I dimostranti cominciano un fitto lancio di sassi contro le forze dell'ordine, cresce il numero di feriti da ambo le parti, ma sopratutto echeggia per la prima volta la frase che darà il nome alla rivolta: JAMM' MO'.

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By Giacomo Paolilli & Silvio Chiaverini ~ Home ~ Torna su ~ XHTML ~ CSS]