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›› La rivolta di Jamm' mò

› Parte seconda

Il giorno 19 gennaio, il Comitato di Difesa Cittadina non si limita ad indire comizi, ma lancia la parola d'ordine dello sciopero ad oltranza.
Subito dopo il Consiglio Comunale vota due ordini del giorno: il primo riguarda l'invio a Roma di una delegazione che si incontri con i parlamentari abruzzesi, il secondo riguarda la nomina di una commissione tecnico-parlamentare che venga nel territorio di Sulmona per rendersi conto che il distretto militare non debba essere soppresso, bensì rinforzato.
Il 21 gennaio inizia lo sciopero ad oltranza di tutte le categorie con l'esclusione degli ospedalieri, dei farmacisti, dei panificatori e dei ferrovieri.
I gestori di esercizi per la vendita al dettaglio adottano la formula dello sciopero a singhiozzo: solo due ore di apertura per consentire alla popolazione di approvvigionarsi.
Sciopereranno pure gli studenti (oltre 2000), verso i quali il provveditore agli studi di L'Aquila ordinerà dei provvedimenti punitivi.
Il 23 gennaio la delegazione sulmonese si incontra a Roma con i parlamentari abruzzesi. Da quest'incontro si riesce ad ottenere la promessa di istituire una commissione per verificare le ragioni della presenza del distretto militare a Sulmona.
Si fissa inoltre per il 29 gennaio un appuntamento con il Ministro Taviani.
Alla luce di questi avvenimenti sembra che si possa evitare la soppressione del distretto, e quindi viene dato lo stop allo sciopero ad oltranza.
Si resta in attesa dell'incontro del 29 gennaio, dai più considerato risolutorio. Nei giorni che seguiranno, ci saranno molte telefonate tra Sulmona e Roma per avere informazioni sull'atteggiamento che terrà il Ministro.
Il giorno 27 gennaio gli onorevoli Spataro e Natali confermano l'incontro fissato per il 29 gennaio e ribadiscono che è sospeso il trasferimento di materiale dal distretto di Sulmona a quello di L'Aquila.
Fatto stà che nella notte tra il 27 ed il 28 gennaio 1957 il Vice Questore di L'Aquila giunge a Sulmona con alcuni autocarri dell'esercito, scortati da pattuglie di carabinieri e viene trasferita tutta la documentazione del distretto di Sulmona al distretto di L'Aquila.
Contemporaneamente, altri reparti delle forze dell'ordine circondano l'isolato che ospita il distretto, fermando, fino a che il trasferimento di materiale non è completato, i passanti occasionali, diffidandoli nel rilasciarli, di avvertire le autorità cittadine di quanto è avvenuto. Nel frattempo tutti i telefoni di Sulmona vengono bloccati. Terminato il trasferimento della documentazione, i militari rientrano a L'Aquila, mentre i carabinieri, agli ordini del vice questore rimangono a Sulmona allo scopo di prevenire eventuali disordini.



Più tardi, il funzionario di Polizia giustificherà la sua presenza in Sulmona affermando di aver fatto una "passeggiata mattutina" (in pieno inverno) e che nulla sapeva dei fatti accaduti nella notte.
L'indomani, la risposte di Sulmona, tradita e vilipesa da un arrogante blitz notturno, è immediata. Il Sindaco invia un indignatissimo telegramma di protesta al Ministro Taviani, rinfacciandoli le promesse che lo stesso aveva fatto per il tramite degli onorevoli Spataro e Natali.
Nonostante tutto, il 29 gennaio una delegazione sulmonese, capeggiata dal presidente del Comitato di Difesa Cittadina, Francesco Sardi De Letto, parte per Roma.
In mattinata viene ricevuta dal Ministro Taviani, il quale spiega i motivi della soppressione dei distretti militari in Italia. In pratica venivano soppressi 50 distretti militari in città non capoluogo di provincia, oltre a quelli di Ferrara, Parma, Reggio Emilia e Trapani.
I criteri che ispiravano questo ridimensionamento erano la funzionalità, l'economia e le tradizioni storiche. A questo punto, De Letto, carte alla mano, riesce a dimostrare che Sulmona possiede appieno questi requisiti, al contrario di L'Aquila.
Taviani riconobbe le indiscutibili prerogative di Sulmona, ammettendo, tra le righe, che il provvedimento di soppressione del distretto di Sulmona era del tutto illogico. Ma ammetteva anche che, in tale vicenda, vi erano state influenze politiche, tanto è vero che consigliò alla commissione di rivolgersi a Segni, allora Presidente del Consiglio.
Trapela dal colloquio avuto dalla delegazione con Taviani, la debolezza politica di Sulmona, che allora non era rappresentata nè a Montecitorio, nè a Palazzo Madama.
D'altronde, Natali e compagnia non erano sulmonesi. Da loro, impegnati a consolidare le proprie clientele all'ombra del Gran Sasso, la città di Ovidio non poteva aspettarsi protezione.
Il 31 gennaio, il Consiglio Comunale, in seduta straordinaria, si dimette in segno di protesta. Tutte le commissioni civiche ed i consigli di amministrazione dei vari enti cittadini, aderiscono unanimi rinunciando ai propri mandati. La paralisi amministrativa della Città è completa.
Il 2 febbraio di prima mattina, il Prefetto di L'Aquila Dott. Morosi, in una conversazione telefonica con il dimissionario Sindaco Mazara, annuncia la sua visita a Sulmona e, nonostante che il Sindaco consapevole dell' inquietudine cittadina lo sconsigli insistentemente, egli non intende recedere dalla sua trasferta.
Dopo aver telefonato al Sindaco, il prefetto chiama il Commissario di Pubblica Sicurezza, Dott. Dattilo, chiedendogli di approntare un adeguato servizio d'ordine. Anche quest'ultimo cerca di far recedere il Prefetto dalle sue intenzioni, ma non ottiene nessun risultato.

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