JAMM' MO'.
Due parole del dialetto sulmonese urlate da migliaia di voci come un grido di guerra nelle "Due giornate" del 2 e 3 febbraio 1957, una sorta di Intifada ante-litteram.
Andiamo ora! Questo è l'essenza della frase, che racchiude una sollevazione interamente spontanea di una popolazione intera, che senza nessuna distinzione di classe insorse a difesa della sua dignità, contro l'ennesima spoliazione. Punto centrale della rivolta di "Jamm' mò" (che in ambienti governativi fu definita borghese per minimizzare l'apporto della popolazione) è la soppressione del distretto militare, fatto che costituirà la classica goccia che fa traboccare il vaso.
Sulmona ha avuto un lungo percorso storico fatto di spoliazioni, torti e privazioni subiti dalle varie autorità succedutesi nel tempo, in primis dal capoluogo di provincia.
Ma parallelamente la città ha coscienza della sua importanza, delle proprie tradizioni militari, dei suoi inalienabili diritti. Da questo contrasto è scoccata la scintilla che ha trasformato pacifici cittadini in rivoltosi.
La cronologia di "Jamm' mò" parte nell'agosto del 1954, quando l'allora titolare del Ministero della Difesa, Paolo Emilio Taviani, in esecuzione di alcune direttive della NATO, tese a ristrutturare la rete degli eserciti alleati in Europa, deve sopprimere 54 distretti militari in Italia. Tra questi è compreso quello di Sulmona.
Quando la notizia trapela in città, l'amministrazione guidata dal Sindaco Ercole Tirone, non rimane inerte. Viene immediatamente convocato un Consiglio Comunale straordinario per il giorno 19 agosto che si conclude con le dimissioni all'unanimità del Consiglio stesso.
Immediatamente viene formato un Comitato di agitazione che proclama uno sciopero di 24 ore per il giorno successivo.
La città è in fermento, al Municipio accorrono 40 dei 65 sindaci dei comuni compresi nell'ambito territoriale del distretto e gli altri sindaci non pervenuti, fanno giungere dichiarazioni di piena solidarietà.
Tutto il Centro Abruzzo era legato al distretto militare, punto di riferimento patriottico per essere stato il luogo di mobilitazione nei due conflitti mondiali. Più di cinquemila persone si accalcheranno a Piazza XX Settembre per sentire oratori di tutti i partiti politici difendere la presenza del distretto a Sulmona.
Nello stesso giorno una delegazione di amministratori locali, guidati dal Sindaco, si incontra con il Prefetto, il quale dichiara che ogni decisione in merito alla soppressione del distretto è sospesa.
Sembrerebbe una vittoria, ma in tarda serata dal Ministero della Difesa giunge un telegramma al Sindaco che conferma il declassamento del distretto, il che costituisce l'anticamera della definitiva soppressione.
La reazione è immediata: lo sciopero è prolungato di un giorno e il Comitato di agitazione si costituisce in Comitato di Difesa Cittadina.
Il 24 agosto, una delegazione di sulmonesi, capitanata dal Vescovo Luciano Marcante, si incontra con il Ministro Taviani. Quest'ultimo li rassicura, assicurando loro che il distretto non verrà soppresso.
Ma la città non crede alle promesse del Ministro e rimane sempre in guardia.
Difatti alcuni giorni dopo, si diffonde la voce che il Ministro Taviani abbia solo congelato il provvedimento di soppressione, anzichè ritirarlo.
Fino al maggio 1955 la questione distretto cala d'intensità, il Comitato di Difesa Cittadina va praticamente in disarmo, ma a metà maggio il Comandante del distretto è trasferito ed il suo ufficio rimane vacante per un tempo stranamente superiore a quello fisiologicamente dovuto per l'avvicendamento della carica.
Il sindaco Tirone prontamente scrive al Ministro Taviani che, tuttavia non lo degna di una risposta. Nell'agosto dello stesso anno, si verifica un avvenimento che dà la misura del precipitare degli eventi: parte dei ritardatari della classe di leva 1934 sono inviati a L'Aquila per la rituale visita di selezione.
La tattica dilatoria del Ministro Taviani comincia a far sentire i suoi effetti.
Di nuovo il sindaco scrive al Ministro che nemmeno questa volta risponde. Si ricostituisce il Comitato di Difesa Cittadina.
Le nubi sono sempre più cupe all'orizzonte.
La città si mobilita di nuovo, ma a bloccare il tutto ci pensa una lettera dell'Onorevole Natali, il quale promette il suo interessamento per far sì che siano scongiurate decisioni definitive in merito al distretto. La mossa di Natali, aquilano, è in realtà destinata a mitigare la tensione nell'opinione pubblica sulmonese, poichè per l'anno successivo ci sono le elezioni amministrative.
Ma le lacerazioni all'interno della Democrazia Cristiana esplodono, la legislatura si chiude anzitempo ed arriva un Commissario Prefettizio.
La DC si presenta alle urne divisa in tre tronconi: la DC ufficiale, Coltivatori Diretti-Vanga e Coltivatori Diretti.
Il responso delle urne per la DC è pessimo; perde, infatti, nove seggi, mentre i Coltivatori Diretti-Vanga ottengono 3 consiglieri ed i Coltivatori Diretti 1 consigliere.
Anche in presenza di una flessione così severa, la DC potrebbe pretendere per sè il ruolo di sindaco, ma non lo fece preferendo che fosse nominato Panfilo Mazara, un liberale eletto con la lista civica Campanile e Cupola. Molti videro in quest'elezione il disegno della DC locale di far sbrogliare ad altri la patata bollente del distretto, come in effetti, avvenne.
Nel gennaio 1957 si sparge la voce che la soppressione definitiva del distretto, ormai senza Comandante dal maggio 1955, è vicina. Nel frattempo a capo del Comitato di Difesa Cittadina è posto il colonnello Francesco Sardi De Letto. Il 15 gennaio 1957, il Ministro Taviani appone la firma sul decreto di soppressione del distretto militare di Sulmona.
Il dado è tratto.
Il 18 gennaio il Comitato di Difesa Cittadina convoca per il giorno dopo una manifestazione di protesta presso il Teatro Comunale. Il Sindaco da par suo convoca telegraficamente a Sulmona i colleghi dei 65 Comuni compresi nel territorio del Distretto, dichiaratisi solidali con la protesta sulmonese.
Tutto l'Abruzzo, eccetto il capoluogo di provincia, è al fianco di Sulmona. Basti per tutti citare l'appassionato ordine del giorno di solidarietà votato all' unanimità dal Consiglio Provinciale di Pescara.
Appena ricevutane notizia, il Prefetto Morosi (tra l'altro aquilano) diffida il Sindaco a concedere la struttura agli organizzatori della manifestazione, poichè il regolamento sull'uso del Teatro non prevedeva la concessione dello stesso per manifestazioni del genere.
Addirittura, con fare meschino, fa sapere al Sindaco che non lo rimborserà delle spese del telegrafo.
Ma il Sindaco Mazara, autentico gentiluomo liberale che ha rinunciato all'emolumento che gli spetta, e ha più volte anticipato di tasca propria gli stipendi ai dipendenti comunali, risponde al Prefetto di darsi pace, perchè aveva già provveduto direttamente al pagamento, con il suo denaro.
Dopo aver concesso l'uso del Teatro al Comitato di Difesa Cittadina, il Sindaco convoca in seduta straordinaria il Consiglio Comunale.
Oramai è guerra strisciante.
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