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›› Primiano Marcucci

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Di Giancarlo Guzzardi - © diritti riservati

Solo il sibilare graffiante degli sci sulla neve dura rompe il silenzio della montagna.
Volute di nubi sfilacciate solcano l'aria, mescolandosi al candore della coltre bianca che abbondante ricopre le valli. La pesante cappa grigia incombe bassa sulla terra e rende l'ambiente intorno ancor più selvaggio ed ostile.
Sulla cresta che dalla Majelletta sale con un crinale sinuoso e affilato in direzione di monte Focalone, il colpo d'occhio sull'orizzonte è impressionante e immenso, fino alle coste dell'Adriatico.
Sugli ampi e incassati valloni che incidono il versante settentrionale della Majella, inutilmente lo sguardo indugia alla ricerca di un passaggio franco tra dirupi rocciosi e boschi fitti. L'atmosfera, cupa e inquietante, è oltremodo melanconica; la stessa che in quel freddo inverno del 1861 pervadeva l'animo di Fabiano Marcucci detto Primiano, "brigante per necessità", che alla macchia si era dato per una contrastata vicenda d'amore di manzoniana memoria.
In questo luogo inospitale, a 2140 metri di quota, dove le bande brigantesche da tempo si riunivano, per tornare subito dopo a disperdersi nei meandri della grande montagna, il comando generale dell'esercito dell'Abruzzo Citeriore avrebbe disposto negli anni successivi la costruzione di un fortilizio in pietra, il "Blockhaus", per il ricovero delle truppe che ormai senza quartiere davano la caccia agli ultimi irriducibili appartenuti alla temuta Banda della Majella.
Oggi solo poche pietre squadrate, incrostate di ghiaccio, spuntano dalla neve in una forma vaga di antico manufatto: apparentemente è quasi tutto quel che resta a simbolo di una vera e propria guerra civile che subito dopo l'unità d'Italia incendiò queste contrade, all'epoca reame Borbonico in rapido disfacimento.
Nel lasso di tempo che ci separa da quegli avvenimenti, con molta fatica e una passione indefessa, gli storici hanno ricostruito seppur parzialmente le cronache di quei mesi intensi che abbracciano un arco di dieci anni, dal 1860 al 1870, in cui tutti gli uomini del tempo, di ogni età e ceto sociale, misero in scena la tragedia che regalerà al Risorgimento italiano una delle pagine più amare e sanguinose della sua storia: il "Brigantaggio post-unitario", a cui fece seguito inesorabile la repressione altrettanto feroce dei "Piemontesi".
Gli atti di archivio, prodotti o acquisiti all'epoca dalla magistratura, dall'esercito e dall'amministrazione pubblica, seppelliti dalla polvere del tempo, nascosti per reticenza o per vergogna, sono tornati così alla luce, grazie alla certosina pazienza con cui alcuni autori illuminati hanno cercato di dare un improbabile ordine ad avvenimenti certamente confusi e difficili da analizzare, ma sicuramente per troppo tempo rimasti occultati.



Ne emerge un quadro, se non del tutto nuovo certamente accurato, sulle vicende storiche di una neonata Italia, all'epoca già divisa in due, ove oltre la frontiera dello Stato Pontificio e giù, verso le Calabrie, passando per gli Abruzzi, la Campania, la Basilicata e la Terra di Lavoro, il tempo sembrava fosse fermo, in pieno feudalesimo.
Il 70 per cento della popolazione, braccianti, contadini, operai, nullatenenti, disoccupati, viveva economicamente e culturalmente soggiogata in una indigenza estrema.
I notabili del tempo, i "Galantuomini" di antico retaggio, da secoli si spartivano il controllo della vita sociale ed economica di paesi e borghi arroccati su crinali di monti impervi, condannati ad un isolamento secolare durato fino a tempi recenti.
La "jus primae noctis", la barbara usanza medievale che toglieva al contadino anche l'onore sulla intimità della propria donna, in queste terre aveva attraversato immutabile i secoli e, simbolo estremo di un potere a cui tutto è permesso, rimane forse l'esempio più lampante di una vita sociale estremamente corrotta e decadente, in cui i ceti più umili della popolazione erano costretti a subire soprusi e angherie a dismisura, oltre che a vivere nella miseria più nera.
In molti si sono provati a dare al brigantaggio - per certi versi endemico in alcune regioni - delle "ragioni" più nobili e razionali di quanto la realtà inconfutabile degli atti di archivio lasci trasparire; ma il periodo a cavallo tra il 1860 e il 1863, noto agli storici come quello della "reazione" al governo piemontese, fomentata dagli esuli Borboni, dalla Chiesa e da una parte della nobiltà, non è altro che una delle tante sfaccettature di un fenomeno in fondo estremamente complesso, le cui cause vanno certamente ricercate nelle profonde differenziazioni economiche e sociali che caratterizzavano la società dell'epoca.
In verità il brigantaggio è stato, sin da epoche remote, il frutto di sussulti imprevedibili e incontrollabili di un popolo affamato e diseredato che periodicamente, come un fiume in piena, rompe gli argini e tutto travolge con la sua violenza atavica ed istintiva, salvo poi tornare a sopirsi per subire nuove e più inumane sofferenze.
"Il brigantaggio - scrive Tommaso Pedío - (...) è l'endemica protesta dell'oppresso e del povero; è la manifestazione di vendetta e di odio contro torti impuniti in una società in cui la Giustizia, ferocemente severa nei confronti del povero, è sempre disposta a minimizzare ed anche ad ignorare gli arbìtri e gli illeciti dei potenti".

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