Fabiano Marcucci, alla ricerca di un contatto con i temibili capibanda che controllano monti, terre e paesi sul versante settentrionale della Majella, percorre in quell'inverno la montagna in lungo e in largo.
Infaticabile attraversa boschi e valloni, supera valichi e cime impervie: come una preda inseguita da presso, non si concede sosta. Quelle offese morali che improvvisamente lo hanno costretto ad abbandonare casa ed affetti, bruciano dentro come aceto sulle ferite, alimentando quel fuoco di vendetta che lo sta divorando giorno dopo giorno.
Non è nuovo ai disagi e alla fatica, fin da bambino ha provato sulla sua pelle la vita aspra ed errabonda a contatto con la natura: è cresciuto forte e ribelle. Conosce la grande montagna come le sue tasche, ma così lontano non si era mai spinto. I territori da sempre frequentati erano quelli immediatamente a ridosso del suo paese natale, Campo di Giove, dove il limitrofo Guado di Coccia mette in comunicazione i versanti occidentale e orientale della Majella, costituendo quindi luogo di grande valore strategico, civile e militare.
Dal Vallone di Femmina Morta a Tavola Rotonda, dai pascoli alti del Porrara alla Fonte di S. Antonio, conosce ogni sasso, ogni cespuglio; non c'è grotta o dirupo che abbia segreti per lui. Ma questa fuga precipitosa è un'altra faccenda: una porta si è chiusa alle sue spalle e non resta che correre, correre senza voltarsi, per sfuggire a chi gli dà una caccia accanita, come sempre capro espiatorio per le paure ancestrali di una classe sociale pronta a difendere con lo scudiscio il potere acquisito e la ricchezza accumulata.
Ore e ore trascorse nella solitudine dei pascoli a badare agli armenti, hanno regalato a Primiano lunghi attimi di riflessione e un carattere introverso e taciturno, che lo rendono più simile ad un eremita che ad un uomo destinato a guidare una masnada di fuorilegge. Come le vicende disgraziate di tanti altri briganti, anche quella di Primiano sarà una strada senza ritorno: l'illusione amara di un sogno di riscatto, la cui conclusione era già stata scritta: nel sangue.
La voglia di imbracciare il fucile per azzerare quell'eterna diseguaglianza sociale, diventerà ben presto solo una lotta feroce per la sopravvivenza, a cui solo pochi personaggi potranno sottrarsi.
I più finiranno cadaveri, esposti nelle piazze a monito di popolazioni irrequiete, esse stesse spesso troppo vicine alle "ragioni" del brigante, un pò meno a quelle di un novello stato estraneo e inflessibile, portatore di nuove tasse e altre gravi imposizioni.
"(...) i contadini avevano sopportato per anni il fardello della prepotenza e del sopruso - scrive Giovanni Presutti nella biografia romanzata dedicata al Marcucci - con rassegnazione, come un destino fatale: una piaga del mondo rurale. Ma quando, dopo troppe sopportazioni, uno si ergeva e gridava la sua rabbiosa sete di giustizia, essi silenziosamente approvavano, istintivamente innalzavano ad eroe colui che si ribellava all'ingiustizia".
E' la storia di sempre: figure di banditi e proscritti a cui, da memoria d'uomo, l'appoggio della popolazione non venne mai meno.
I cosiddetti manutengoli, a cui la Legge Pica, promulgata alla fine del 1863 per la repressione del brigantaggio, prometteva rigore implacabile, furono al pari dei briganti, figure di spicco in queste vicende.
Erano essi a volte nobili reazionari, preti, frati, ma soprattutto gente della stessa estrazione sociale del brigante, pastori, braccianti e contadini: "popolazioni rurali che, costrette a esercitare la loro attività agricolo-pastorale, in territori spesso controllati dai briganti, legati ad essi da rapporti di parentela o di amicizia, intimoriti dai loro ricatti o affascinati dalle loro imprese, provvedono a rifornirli di cibo, armi, munizioni, vestiario. Offrono loro sicuri nascondigli e informazioni, recapitano biglietti di ricatto" (M. Ciarma, "Brigantaggio ottocentesco in Abruzzo", Chieti 1993).
Quegli stessi conoscenti e simpatizzanti, curiosi e commossi, nello stesso silenzio riservato attesero Primiano al suo ritorno nel 1911 al paese natale, dopo 45 anni di carcere.
Sfuggito per miracolo alla morte per mano della fallace giustizia umana, Primiano attese sereno il giudizio finale, quello per cui non vi è appello né per i vinti, né per i vincitori..