Qui termina il racconto della tradizione orale su Fabiano Marcucci: a 21 anni, dopo aver vagato per qualche tempo sulla montagna che sovrasta il paese, si accoda ad una banda brigantesca che agisce tra il Molise e la Puglia.
Ben presto, per la sua intraprendenza, ne diventerà il capo indiscusso.
A questo punto, se proprio si vogliono ignorare le cause che all'epoca portarono a quella che può essere interpretata solo come ribellione di massa ad un sistema sociale basato su leggi ormai anacronistiche, il resto della storia, tratto dai documenti di archivio, può essere solo uno scarno resoconto dei crimini di cui egli si rese protagonista.
La montagna è grande, nel silenzio dei boschi e nell'omertà dei pastori, un gran numero di uomini, per necessità o per vocazione, qui troverà sicuro rifugio.
Almeno fino al giorno in cui, braccati da un esercito (quello piemontese) sempre più forte e spietato, finiranno sgozzati o decapitati e, sul lastricato delle piazze, esposti al pubblico ludibrio. Per la storia saranno marchiati d'infamia in eterno.
Nessuno ha voluto distinguere tra di essi il ladro dall'assassino, il politico dal soldato sbandato, il malfattore dal morto di fame.
Accomunati sotto un appellativo tra i più spregevoli, migliaia di giovani renitenti alla leva (8 anni durava all'epoca la ferma) di fatto furono tramutati in criminali.
Lo stesso avvenne per le decine di migliaia di sbandati che un dì avevano costituito le file dell'esercito garibaldino, come di quello borbonico dopo la presa di Gaeta. Una folla immensa di uomini laceri e denutriti, senza più alcun futuro.
Finiranno tutti alla macchia per necessità , consci che un giorno non lontano, senza pietà alcuna, sarebbero stati passati per le armi. Il brigantaggio sulle nostre montagne fu una vicenda di inaudite proporzioni di cui, ad un secolo e mezzo dagli accadimenti, solo pochi libri di testo riescono a parlare in nome della verità storica.
Una scia di sangue che ha imbrattato monti e valli dell'Abruzzo: non c'è recesso roccioso, sentiero o radura nel bosco che non abbia risuonato per il crepitio dei fucili e le grida di agonia dei moribondi.
Tutto il massiccio della Majella, per la sua particolare conformazione e le caratteristiche così peculiari, che ancora oggi ne fanno uno degli angoli più selvaggi dell'intero Appennino, ha costituito dopo l'unità d'Italia, uno dei luoghi dove maggiormente si fece sentire la recrudescenza del fenomeno brigantaggio.
Le vicende della famigerata Banda della Majella e di altri famosi capibanda come Nunzio Tamburrini ed Ermenegildo Bucci in particolare, si intrecciano con quelle di Primiano Marcucci che per quasi sei anni porterà scompiglio nei paesi e nelle campagne intorno alla Valle Peligna, all'Alto Sangro, fino al Vastese.
Al momento dell'arresto decine di delitti, sequestri, furti e grassazioni innumerevoli, costituiranno i suoi principali capi d'accusa.
Tra un'azione e l'altra la sua banda trovò sempre rifugio sui monti della Majella, all'epoca sicuramente meno "addomesticati" e ancor più irraggiungibili di quanto lo siano oggi.
Quello che colpisce soprattutto, ricostruendo l'attività di queste bande, è appunto l'incredibile mobilità che le distingueva, con la quale erano capaci di spostarsi velocemente da un territorio ad un altro, superando anche grandi distanze.
Cosa notevole questa, tenendo conto dello stato miserevole della viabilità che collegava le diverse province dell'ex Regno di Napoli e del fatto che gli spostamenti avvenivano quasi esclusivamente attraverso sentieri e mulattiere che scavalcavano i passi montani.
Al termine di quest'avventura, breve ma intensa, un ennesimo colpo di scena suggellerà per sempre il destino di Fabiano Marcucci detto Primiano.
Ormai stanco della vita errabonda che stava conducendo, assalito forse dal rimorso per gli innumerevoli atti commessi o, anche, presagendo in qualche modo la fine di quella fortuna sfacciata che lo aiutava a tenere in scacco esercito e polizia, da tempo si nascondeva nella campagna romana, al pari di altri briganti che ivi sfruttavano l'indifferenza o il beneplacito della polizia francese nello Stato Pontificio.
Ha in mente qualche ultima azione: un buon colpo che gli permetta di raggranellare quanto necessario per emigrare in America, ultimo sogno di libertà.
Non andrà più da nessuna parte! Per lui si spalancheranno solo le porte del tribunale prima e del carcere poi.
Nannina, l'amante che Primiano aveva nella campagna di Velletri, ragazza volitiva e spregiudicata, lo aveva tradito, vendendolo alle forze dell'ordine in cambio di una delle tante taglie che pendevano sul suo capo.