Il giorno 2 ottobre 1929, al primo albeggiare, ebbe inizio quella che nel ricordo dei sulmonesi fu poi chiamata la rivolta dei dazi. Quel giorno, infatti, iniziò lo sciopero dei contadini contro l'odioso istituto dei balzelli daziari. I prodotti della terra, non furono portati come al solito in Piazza Garibaldi, luogo deputato al mercato, ma collocati polemicamente di fronte alle garitte daziarie.
Come si arrivò a questo ?
Va detto che fino a poco tempo prima, i contadini avevano convissuto volenti o nolenti con il dazio, almeno fino a quando quest'ultimo era gestito direttamente dall'Amministrazione Comunale.
Da parte di questa, infatti, vi era una certa tolleranza verso i contadini che introducevano in città i prodotti dei propri campi.
Ma le cose cambiarono radicalmente quando il dazio fu appaltato ad una ditta esterna, la Buonaccorsi di Roma, il cui direttore a Sulmona era Ottorino Zucchelli.
La parola d'ordine della nuova gestione fu una sola: intransigenza.
Qualsiasi cosa che fosse introdotta in città doveva essere soggetta all'imposizione daziaria: l'erba per nutrire gli animali, il cesto d'uva per la famiglia, il vino che era dato ai contadini che andavano nei campi a giornata e via di questo passo.
Dato che la situazione cominciava decisamente a precipitare, un comitato di contadini si recò in Municipio per discutere della questione. Furono ricevuti dal commissario prefettizio, Francesco Tocco, il quale assicurò che sarebbe intervenuto sulla ditta appaltatrice.
Ma al contrario, i balzelli daziari, invece di essere attenuati furono ulteriormente inaspriti fino ad arrivare ad una tragicomica imposta sui fasci di cannizze, che erano usati per accendere il fuoco.
Fu la goccia che fece traboccare il vaso e che, unitamente alla pretesa di una guardia daziaria di perquisire in maniera non proprio ortodossa una piacente campagnola, diede il via alla rivolta dei dazi.
I contadini non si limitarono a depositare i loro prodotti di fronte alle garitte, ma soprattutto cominciarono una sistematica opera di demolizione delle stesse.
La prima ad essere distrutta fu la garitta di Porta Pacentrana, poi toccò a quelle di Porta Japasseri, di ponte San Panfilo, quella sul viale della Stazione, e a seguire tutte le altre.
Per inciso, il responsabile sulmonese della ditta appaltatrice si trovò nel mezzo di due fuochi: da una parte lo tiravano i carabinieri preposti alla sua protezione, dall'altra i contadini. Il risultato fu che il malcapitato rimase senza pantaloni !
Il commissario prefettizio, prudentemente, si eclissò dalla città prendendo il primo treno in partenza per L'Aquila. Nel frattempo, al mercato in Piazza Garibaldi, non si vendeva più nulla; i contadini facevano buona guardia, e se qualche crumiro si fosse arrischiato a vendere qualcosa, poco dopo gli veniva bruciata la casa. Ma entro la mattinata reparti dell'esercito e dei carabinieri ristabilirono il controllo della situazione, arrestando circa 400 persone.
Nessun giornale diede notizia dei fatti accaduti, finchè qualche giorno dopo, un giornale francese, l'Humanitè, pubblicò un articolo sulla rivolta. Il regime fascista, che cercava a tutti i costi di imporre il silenzio, replicò dicendo che si trattava di un falso, offrendo addirittura un premio in denaro a chi fornisse informazioni sulla "inesistente rivolta di Sulmona".
Ma lo scandalo era oramai scoppiato.
Il Commissario prefettizio fu rimosso e la gestione del dazio fu confermata alla ditta Buonaccorsi, ma la sollevazione contadina ottenne una risonanza nazionale, che comportò l'abolizione in tutta Italia delle garitte daziarie, un'indecenza per una paese che si definiva civile.
Di contro la rivolta invise definitivamente la città al regime, che si avviava verso una progressiva centralizzazione stato ed aveva tutto l'interesse a far sì che l'Italia fosse vista all'estero unita e concorde; ciò comportò la cancellazione di Sulmona dall'elenco delle istituende Province.
Il 31 gennaio 1930 vi fu la sentenza del Tribunale di Sulmona contro 12 persone accusate di aver partecipato alla rivolta; essa fu particolarmente mite, in quanto i giudici avevano messo a fuoco i reali motivi della sommossa, che andava ricercata nella miseria della classe contadina.