In queste terre aspre adagiate sul versante meridionale della Majella, su un piccolo acrocoro che guarda la Valle Peligna, l'abitato di Campo di Giove, di sicura origine preromana, costituisce l'ultimo insediamento umano, prima che l'ambiente aspro della montagna prenda il sopravvento.
Oltre, in un unico balzo, la folta faggeta si trasforma in gariga e pascolo arido. Una cresta netta come il dorso di un capodoglio delimita su questo versante i grandi altipiani cacuminali e le pietraie d'alta quota.
La vita in questi tenimenti di montagna è dura, da sempre; gli unici regali concessi all'uomo sono quelli spontanei della natura e del bosco soprattutto.
Generazione dopo generazione, gli uomini di queste marche sono ascesi alla montagna, per raccogliere legna, frutti di bosco, funghi, erbe officinali, ma anche per produrre carbone, pascolare gli armenti e soprattutto cacciare, fin dal paleolitico, quando l'uomo raggiungeva su questa montagna stazioni poste a quote veramente elevate.
Con il passare dei secoli la vita è rimasta sostanzialmente immutata, quasi fino ai nostri giorni; una vita piena di stenti e per molti versi avara di benefici per gran parte della popolazione, come d'altronde in tutti i territori di montagna.
Qui, è vero, l'eco delle grandi vicende storiche è sempre arrivata un attimo in ritardo, un pò attutita, ma le leggi non scritte che hanno regolato la vita di ogni borgo, ogni giorno dell'anno, per secoli, sono le stesse che hanno caratterizzato il corso della storia in tutte le terre del meridione d'Italia, dai secoli bui che seguirono alla caduta dell'Impero Romano fino al Medio Evo, dal Rinascimento al secolo dei Lumi.
Alla metà del secolo XIX, il fluire delle piccole cose nella vita di ogni giorno restava ancora invariato, scandito da regole severe quantunque anacronistiche, dettate molto tempo prima e fatte rispettare con arroganza da chi nella storia ha sempre rivestito una figura sociale predominante: il notabile di turno, posto dal destino al di sopra di ogni legge e giudizio, in fondo padrone assoluto sulle cose e sugli uomini.
Tre erano le famiglie patrizie che alla metà dell'800 controllavano la vita sociale di Campo di Giove; tra di esse quella dei Ricciardi, la cui casa nobiliare ancora affaccia le finestre nella piazzetta del municipio, era la più bellicosa e legata a rigide forme di discriminazione sociale.
Proprietari di un grosso patrimonio in case, terre ed armenti essi governavano in paese con polso ed alterigia. Per molti conterranei i vantaggi che derivavano dalla dipendenza nei confronti di questa famiglia, a volte assumevano il sapore amaro del fiele: nessun prezzo è ben pagato per vedere annullata la propria identità sociale e personale, in un rapporto di subordinazione assoluta.
Anche Fabiano Marcucci, perduto il padre, è spinto dalle necessità familiari a lottare contro la miseria, fin da bambino. Acquisiti i primi rudimenti del mestiere, entra alle dipendenze di Don Vincenzo, patriarca della famiglia Ricciardi.
Come pecoraio inizia le peregrinazioni sulla montagna, seguendo le greggi negli spostamenti diurni e dormendo all'addiaccio negli stazzi, insieme agli animali.
Da lassù spesso contempla il piccolo campanile svettante sui tetti del paese, ma le vicende della comunità e i problemi della famiglia sembrano adesso così lontani, che la solitudine e i disagi della vita pastorale acquistano ben presto quasi un sapore intimo di distacco dal mondo, in cui trovare una dimensione propria di pensieri e di sguardi che vagano nella contemplazione del paesaggio intorno.
Crescendo innocente d'animo e forte di carattere Primiano entra così nelle grazie del suo padrone, al quale non dispiace mostrare generosità nei confronti di un giovinetto che presto potrà rivelarsi uomo di assoluta fiducia.
E' questa la magnanimità a doppio taglio di chi, in fondo, conserva verso i propri simili una posizione che lo rende padrone assoluto della vita e della morte! Ma un altro avvenimento si appresta a porre la sua pedina sulla scacchiera del destino, al punto da condizionare il futuro di Primiano fino alla fine dei suoi giorni.
Sulla montagna che sovrasta Palena, dove sovente si reca con le greggi, conosce una ragazza che insieme alla famiglia attende ai lavori abituali dello stazzo: mungitura delle pecore e preparazione del formaggio.
Giovannella è giovane e bella e Primiano, a cui non mancano di certo le attenzione insistenti di altre sue coetanee, se ne innamora in modo dolce e naturale, senza pensieri, in sintonia con la semplicità dell'ambiente e della vita pastorale.
Ma come in un romanzo di cappa e spada, il fato ha in serbo qualcos'altro per i due giovani, che non è il semplice frutto di un amore sereno.
Lo zampino di alcune virtù umane tra le meno nobili: invidia, malignità, bramosia, iracondia, sono pronte a miscelarsi in una pozione esplosiva che getterà ben presto Primiano nella disperazione, operando in lui quella trasformazione che ne farà negli anni a seguire, uno dei briganti più temuti e crudeli della regione, ricercato dalle polizie di tre province, con una taglia sulla testa di ben 4.250 Lire, all'epoca cifra esorbitante.
Più volte un'amica di famiglia, per nulla disinteressata al fascino del giovane, cerca di avvicinarlo: è sua intenzione convincerlo ad accettare in sposa sua figlia Lina.
Primiano è volitivo ma fermo di carattere e gli oppone un netto rifiuto; ormai si è legato animo e corpo alla sua Giovannella.
Dopo qualche tentativo infruttuoso la donna, soprattutto sfruttando al meglio la sottile arte femminile della seduzione, decide di ricorrere all'aiuto di Don Vincenzo, a cui certamente nulla si può rifiutare: la sua parola è legge in paese.
Ma le cose non vanno proprio per il verso dovuto: Primiano risponde al suo padrone con un rispettoso ma ugualmente fermo rifiuto. Da una parte il carattere forte e indipendente del ragazzo, dall'altra un uomo arrogante, accecato dall'ira nel vedere la sua rispettabilità calpestata.
Tra loro, la perfidia di Francesca, madre di Lina che, approfittando delle sue grazie ancora floride, continua ad attizzare il fuoco in Don Vincenzo. Primiano comincia a pagare le spese di questa situazione incresciosa: non è più nelle grazie del padrone, che si fa via via più severo e irascibile, fino al punto da destinarlo esclusivamente ai lavori nel palazzo, per impedirgli di vedere Giovannella.
Il furto di un maiale, della cui custodia il giovane avrebbe dovuto rispondere, è la scintilla che accende la tragedia!
Don Vincenzo, che nel frattempo aspettava l'esito di un suo ultimatum a proposito di Lina, esasperato e ferito nell'onore, colpisce il ragazzo al viso con uno scudiscio.
Primiano a stento si trattiene, ma gridando terribili ingiurie e dando fiato a tutto il suo rancore represso, si allontana giurando vendetta. Quella notte stessa, salito agli stazzi dei Ricciardi, non visto dai mandriani, libera mucche e pecore in gran numero.
Cresta su cresta, dal Guado di Coccia sale verso Tavola Rotonda. Qui, raggiunti gli appicchi rocciosi che sovrastano la caratteristica "Pescia dè Baccalà", con fredda determinazione precipita giù dal dirupo gli animali, uno ad uno.
Pur sperando ancora di svegliarsi da un brutto sogno fatto ad occhi aperti, egli vaneggiando si allontana dalla zona, consapevole che qualcosa nella sua vita si è definitivamente lacerato.
Si rende conto che la sua libertà è finita e con essa perduti per sempre sono la casa, gli affetti, il lavoro, il sogno di una vita onesta e rispettabile; ma non ha timore, solo per poco ancora dovrà tenere a bada la sua ira.
Primiano non ha scelta, come tanti prima di lui - una moltitudine - ormai in fuga dal potere costituito deve darsi alla macchia: "Brigante si dovrà fare...", diranno i suoi compaesani, sconvolti dalla notizia, ma segretamente solidali con il giovane che, solo fra tanti, è stato capace di reagire ad una ingiustizia che da secoli pesa come un macigno sui loro cuori.