La sconfitta di Corradino di Svevia, rampollo di Federico II, determinò la fine del dominio Svevo e l'inizio di quello Angioino.
Le conseguenze per Sulmona furono incresciose perchè Carlo I d'Angiò, non perdonandole di aver parteggiato per il giovane Corradino, diede il via ad un giro di vite nei confronti dei fedelissimi della causa Sveva.
Il Giustizierato, la grande fiera annuale, la cattedra di diritto canonico furono soppressi, fu addirittura proibito l'uso del sigillo municipale. Molti uomini furono inoltre costretti a lasciare la città, che perse la posizione di dominio che aveva fino ad allora rivestito all'interno della regione, altri furono impiccati senza nessun processo.
Solo nel 1294, con l'ascesa al soglio pontificio di Celestino V, e con l'intercessione di quest'ultimo, vi fu da parte degli Angioini un atto di clemenza, che permise il rientro degli esuli o dei loro discendenti, ma furono pochi quelli che fecero ritorno, dato il tempo trascorso.
Coloro che invece beneficiarono dei favori degli Angioini furono i cavalieri francesi e le istituzioni religiose: Carlo I D'Angiò fondò il convento dei Dominicani, la cattedrale di San Panfilo recuperò immobili confiscati in precedenza da privati, fu costruita la chiesa di San Francesco della Scarpa e addirittura ai Minori francescani furono concesse abitazioni appartenute ai fedelissimi degli Svevi.
Furono però i Celestiniani ad avvantaggiarsi maggiormente della dominazione angioina, visto anche il ruolo svolto da Carlo I D'Angiò nell'elezione di Celestino V; costoro acquisirono molte proprietà immobiliari, che di fatto diedero il via ad una indiscussa posizione di preminenza in campo religioso.
Nuove porte furono edificate lungo il perimetro murario, praticamente raddoppiato: Porta Romana, Porta Sant'Antonio, Porta Santa Maria, sorta in funzione del grosso borgo di Santa Maria della Tomba, Porta Pacentrana, Porta Nova, ovvero l'attuale Porta Napoli.
Vi fu anche un potenziamento delle infrastrutture cittadine (mulini, tintorie, impianti per la produzione della carta), e, nonostante la soppressione di ogni forma di insegnamento a livello superiore, vi fu un certo fervore a livello culturale grazie all'opera di personaggi come Barbato e Quatrario, amici personali di Petrarca.
Sempre in questo secolo la scuola orafa sulmonese raggiunse il massimo splendore, ma furono anche anni che videro Sulmona coinvolta in lotte intestine tra famiglie locali e con città del circondario, come Pescocostanzo, Cansano e Pettorano, per lo sfruttamento delle acque e dei pascoli.
Né vanno dimenticate le lotte con il vescovo di L'Aquila che avanzava pretese sul territorio della diocesi valvense. Furono anni di guerre e di assedi che non giovarono alla crescita della città.
La carestia del 1328 fu solamente l'inizio di un ventennio nerissimo. Nel 1347 Sulmona fu assediata e devastata dagli Aquilani alleati degli Ungheresi, calati in Italia per vendicare la morte di Andrea d'Ungheria.
Nel 1348 vi fu un'epidemia di peste nera che, secondo il Quatrario, svuotò le case e saturò i cimiteri. Ed infine, l'anno successivo vi fu un terremoto che devasterà la città.
Sulmona ritornò in auge con Carlo III di Durazzo che concesse alla città il privilegio della zecca (che rimase attiva fino alla metà del XVI secolo) con l'uso, sulle monete coniate, dello stemma con le sigle S.M.P.E. su fondo rosso (l'emistichio di Ovidio che sta per Sulmo Mihi Patria Est).