Publio Ovidio Nasone è considerato l'ultimo in ordine cronologico dei poeti elegiaci romani. Nacque a Sulmona nel 43 a.C. da antica e agiata famiglia equestre (in un'elegia dei "Tristia", è il poeta stesso a trasmetterci notizie sulla sua vita).
A Roma, dove si recò giovanissimo con il fratello Lucio, studiò grammatica e retorica presso la scuola di Arellio Fusco e Porcio Latrone, i migliori maestri del tempo. Il fratello, che morirà prematuramente, avrebbe voluto esercitare l'attività forense, mentre Ovidio avvertì subito l'interesse verso la poesia.
Dopo un viaggio di perfezionamento ad Atene ed in Asia Minore, Egitto e Sicilia, un obbligo in quei tempi per il perfezionamento degli studi, a 18 anni Ovidio rientrò a Roma, dove la sua vocazione poetica fu alimentata con l'adesione al circolo di Valerio Messalla Corvino; fu un'esperienza che lo spinse a seguire senza ulteriori esitazioni (e contro il desiderio del padre che lo avrebbe voluto oratore) la vocazione per le lettere e la poesia.
Più tardi, entrò nel circolo di Mecenate e fu quindi in contatto con i maggiori poeti dell'epoca, quali Orazio, Properzio, Tibullo.
Ebbe tre mogli.
Dopo due matrimoni sfortunati (da cui ebbe una figlia), sposò una giovane fanciulla della "Gens Fabia", che restò con lui sino alla fine.
Il legame coniugale non gli impedì di essere il poeta galante, cantore nei circoli alla moda di una Roma che ormai voleva lasciarsi alle spalle le guerre civili, vogliosa soltanto di vivere e di godere.
Nell'8 d.C., all'apice del successo, il poeta fu colpito da un ordine di Augusto che lo relegava a Tomi, l'attuale Costanza, una isolata cittadina sulle coste del Ponto (l'attuale Mar Nero).
Si trattò di una "relegatio" che, a differenza dell' "exilium", non prevedeva la perdita dei diritti civili e la confisca dei beni.
Tomi allora era sede di un avamposto militare romano, un posto inospitale, circondato da gente barbara (Sciti) che viveva di rapine.
Nessuno comprendeva la lingua (il latino) con cui si esprimeva il poeta: era costretto a usare i gesti.
Augusto restò sempre inflessibile alle suppliche, e così pure il successore Tiberio.
Ovidio morì il 18 d. C. nella più profonda tristezza, in terra d'esilio, e lì venne anche sepolto.
Ignoti restano i motivi del rigido provvedimento di Augusto, anche se Ovidio stesso parla, oscuramente, forse allo scopo di non irritare ulteriormente l'imperatore, di due colpe: "Carmen et Error".
Il "Carmen" è una allusione all' "Ars amatoria", il suo trattato sull'amore libertino che, contemporaneamente alla condanna, venne ritirato dalle biblioteche pubbliche.
Trattato, evidentemente, in contrasto con il programma augusteo di rinnovamento morale dei costumi.
Tuttavia la critica moderna rifiuta di credere che l'opera rappresentasse il motivo principale che determinò la "relegatio", in quanto tra la pubblicazione della stessa e il provvedimento vero e proprio intercorre uno spazio di circa nove anni.
Riguardo l' "Error", l'ipotesi più verosimile è che Ovidio sia stato coinvolto, come testimone o addirittura complice, in uno scandalo di corte, che l'imperatore aveva tutto l'interesse a mantenere segreto: la circostanza viene confermata dal fatto che, nello stesso anno, pure Giulia minore, nipote di Augusto e moglie di un'influente personaggio, fu relegata nelle isole Tremiti, accusata di adulterio con un giovane patrizio.
Il poeta si esprime in merito così: "Perché io ho veduto ? Perché ho reso colpevoli i miei occhi? lo sono punito per il fatto che i miei occhi, ignari, hanno veduto una colpa."
Le iniziali del suo famoso emistichio "Sulmo Mihi Patria Est" (Sulmona è la mia patria), fin dal medioevo figurano nello stemma cittadino.
Oggi la sua figura campeggia in Piazza XX Settembre a Sulmona e in Piazza Ovidio a Costanza, le sue due patrie, nel bronzo di Ettore Ferrari.
Sempre a Sulmona, vi è un'altra statua del poeta all'ingresso del Palazzo dell'Annunziata.

Possiamo dividere le opere di Ovidio in 3 periodi storici:
Al 1° periodo appartengono le poesie che esaltano l'amore nella vita di Roma:
Gli "Amores" (composti tra il 23 e il 14 a.C.), una raccolta di componimenti poetici, che ha per epicentro la passione per una immaginaria Corinna, nell'ambito di un'ampia gamma di esperienze amorose;
Le "Heroides", 21 lettere d'amore in metro elegiaco, indirizzate da donne, in genere del mondo del mito, ai loro amanti.
Precisamente: le prime 14 sono lettere di eroine mitiche (Penelope a Ulisse, Fillide a Demofonte, Briseide ad Achille, Fedra a Ippolito, Enone a Paride, Ipsipile a Giasone, Didone a Enea, Ermione a Oreste, Deianira a Ercole, Arianna a Teseo, Canace a Macareo, Medea a Giasone, Laodamia a Protesilao, Ipermestra a Linceo); la 15° è l'unica lettera di un personaggio non mitologico, ma storico: quella della poetessa Saffo a Faone; le ultime 6, disposte a coppie, e composte dal poeta forse successivamente, sono lettere di eroi alle loro amate, seguite dalla risposta di queste (Paride a Elena, Leandro a Ero, Aconzio a Cidippe);
L' "Ars amatoria", un trattato sull'arte d'amare, composta tra l'1 a.C. ed l' 1 d.C., che consta di 3 libri. I primi due libri sono indirizzati agli uomini, ai quali Ovidio insegna come incontrare, conquistare e conservare l'amore di una donna; nel terzo, composto in un secondo momento, il poeta rivolge gli stessi consigli alle donne;
I "Medicamina faciei femineae", un trattato di cosmetica.
Composto da circa 100 versi, in metro elegiaco, ha una prima parte riguardante la difesa dell'eleganza della vita di città, in confronto all'antica semplicità campagnola dei costumi; la seconda parte comprende una serie di 5 ricette di cosmetici per la bellezza delle donne;
I "Remedia amoris", composti per aiutare a guarire dalle pene d'amore, per un totale di circa 800 versi.
Insegnano come lenire gli effetti nefasti degli amori sfortunati;
Al 2° periodo appartengono le opere mitologico-narrative, composte a partire dal 3 d.C.: sono le "Metamorfosi", il poema delle trasformazioni, ed i "Fasti", un poema che doveva illustrare il calendario romano, ma che fu interrotto dalla relegazione del poeta a Tomi.
Prima di lasciare Roma, (lo racconta nei suoi scritti in esilio, in "Tristia") aveva dato alle fiamme il manoscritto de le "Metamorfosi" (non riuscì a correggerlo poichè ritenendolo imperfetto).
Ma altre copie erano in mano a suoi amici e l'opera è poi giunta fino a noi attraverso numerosi codici nel frattempo compilati, di cui il più antico risale al 1100 quando attraverso biblioteche arabe sorte in Spagna, alcuni esemplari raggiunsero l'Europa durante la loro dominazione.
Nelle "Metamorfosi" Ovidio rielabora in 15 libri, in esametri epici, un mondo proveniente da varie fonti latine e greche, elencando 250 leggende del mondo antico.
La narrazione parte dal Caos primitivo nel Cosmo, miti e leggende collegati agli astri, fonti, pietre, piante e animali che si trasformarono (il che giustifica il titolo) poi in una realtà meno inferiore, cioè nell'uomo.
Ecco quindi le leggende e i miti di Giove, Deucalione, Pirra, Dafne, Apollo, Giunone, Io, Europa, Bacco, Perseo, Eco, Ermafrodito, Medusa, Andromeda, Minerva, Aretusa.
Seguono le imprese di Ercole, le vicende di Orfeo agli inferi, le disavventure di re Mida, fino alla guerra troiana con la controversia tra Aiace e Ulisse e le peregrinazioni nel Lazio di Enea; per chiudere con l'ultimo libro con un accenno al filosofo Pitagora e alle lodi di Cesare trasformato in stella e a quelle non meno ossequiose rivolte ad Augusto che però nell' 8 d.C. non ebbe molti riguardi nei confronti del poeta.
Le "Metamorfosi" fecero riscoprire agli occidentali tutta la mitologia greca ed ebbe una vastissima incidenza culturale, tanto che lo stesso Dante pose Ovidio nel suo Limbo a fare corona ad Omero, mentre vari grandi scrittori, dal primo Rinascimento in poi, trassero ispirazione da quest'opera: Ariosto, Cervantes, Lope de Vega, Shakespeare, Milton, Goethe, Swimburne, Swift, Shaw fino al nostro D'Annunzio.
Non di meno le opere degli artisti pittori e scultori, che da queste descrizioni mitologiche presero negli ultimi 800 anni, ispirazione per i loro grandi capolavori, come per esempio Picasso.
Da ricordare anche le innumerevoli opere musicali liriche e sinfoniche, come quelle di Monteverdi, Haendel, Cherubini, ecc ecc.
Insomma le "Metamorfosi" hanno contribuito a far nascere tantissimi capolavori;
I "Fasti". Dovevano illustrare il calendario romano, con tutte le feste e i riti religiosi che venivano svolti nel corso dell'anno a Roma ("fasti" significa appunto "calendario").
Composti contemporaneamente alle "Metamorfosi", essi dovevano comprendere 12 libri (uno per ogni mese), ma furono interrotti, a causa della relegazione a Tomi: ne rimangono cosè i primi 6 libri, quelli relativi ai mesi che vanno da gennaio a giugno.
Durante l'esilio, il poeta rivide l'opera, in particolare il 1° libro che, dopo la morte di Augusto, dedicò a Germanico, figlio adottivo di Tiberio.
Al 3° periodo appartengono le opere dell'esilio, quali i "Tristia", le "Epistulae ex Ponto" e il poemetto "Ibis".
I "Tristia" sono composti da 5 libri e furono scritti tra l'8 e il 12 d.C.; i nomi delle persone a cui sono dirette le elegie dei "Tristia" sono stati occultati, forse per paura di compromettere qualcuno.
Nel 1° libro è contenuto il doloroso distacco da Roma; il 2° è costituito da 600 versi, diretti ad Augusto, a discolpa del famigerato "Carmen" e per invocare almeno un luogo di relegazione meno triste e lontano; gli altri 3 libri trattano dell'innominato "Error", e sono destinati al pubblico romano (anche qui in forma anonima), per creare guadagnare sostegno e consenso per il proprio ritorno;
I 4 libri di "Epistulae ex Ponto" ("Lettere dal Mar Nero"); la composizione dei primi 3 libri delle "Epistulae ex Ponto" risale invece al 12 d.C.; (il 4° libro, più lungo, fu pubblicato postumo).
In quest'opera, i nomi di coloro cui sono indirizzate le "Epistulae" sono indicati;
"Ibis", un carme imprecatorio in 322 distici elegiaci, rivolto contro un un amico che lo abbandonò in occasione della "relegatio", che a lui augura ogni male, attingendo da esempi tratti dal mito e dalla storia.
Il titolo, che allude a un uccello egiziano cui gli antichi attribuivano immondi costumi (si cibava di rettili e di rifiuti).
Va ricordato, poi, un lungo frammento di 134 esametri di un poemetto sulla pesca e sui vari tipi di pesci del Mar Nero, ricordato da Plinio il Vecchio col titolo di "Halieutica" (cioè "Piscatoria", scritto nel periodo dell'esilio a Tomi nell'8 d.C.), ma soprattutto per motivi metrici si dubita possa essere stato scitto da Ovidio.
E ancora, ci restano 5 esametri di un poema astronomico, "Phaenomena" e 2 versi di una tragedia, "Medea".
Niente, invece, ci rimane di altre opere, come il poema epico "Gigantomachia", interamente perduto, composto in gioventù, un epitalamio per le nozze di Paolo Fabio Massimo, un carme in onore di Augusto, scritto addirittura in lingua getica.